Come la traduzione e il lavoro d’agenzia e di tutor influenzano la mia scrittura

pile of covered books
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Per mestiere traduco. In genere classici o narrativa inglese e americana (anche francese a volte).

Ora mi sto occupando della traduzione di un manuale di self-help (in italiano di “auto-aiuto”, bruttissima definizione), per Newton Compton. Il titolo del manuale è Busy. Inutile dire che mi ci sono subito trovata in sintonia. Le mie giornate sono spesso frenetiche. Passo da un compito all’altro, in multi-tasking, senza battere ciglio, ma la scrittura avrebbe bisogno di riflessione e profondità, mi dico – cose non previste nel giornaliero tran tran del rispondere alle e-mail, gestire l’amministrazione di un’agenzia, leggere dattiloscritti altrui, rispondere all’editore tal dei tali, correggere le bozze di una guida di trekking e tradurre altri testi. Perciò in queste settimane sono ferma, ma inconsapevolmente sto scrivendo. L’ho capito dopo qualche anno passato ad alternare i momenti dedicati alla scrittura (molto pochi) a quelli dedicati al resto del mio lavoro.

Un lato positivo della traduzione di testi altrui risiede, senza dubbio, nella possibilità di imparare nuove cose e scoprire differenti punti di vista. Tradurre è infatti sempre incarnare il punto di vista del narratore (nel caso della narrativa) o dell’autore (nel caso della saggistica). In più immaginate il vantaggio di poter ampliare il proprio vocabolario. Succede anche quando si leggono testi altrui ma quando bisogna trovare il termine adatto tra dieci o più opzioni per rendere in italiano una parola che in inglese si dice in un modo solo, potete star certi che è tutta fatica che vi ricorderete!

Il mio secondo romanzo, ancora inedito (anche il primo lo è, ma credo che non uscirà mai dal mio cassetto), si è nutrito, senza che io lo volessi, di questo tran tran, e così la protagonista è una ragazza nata negli Stati Uniti, di origini italiane da parte di madre, che trova nella non appartenenza a un mondo e a una lingua le sue difficoltà esistenziali più grandi. Le dinamiche di estraniamento che provo ogni volta che mi trovo a tradurre dall’inglese all’italiano sono confluite all’interno della psiche e della personalità del mio personaggio femminile, in maniera naturale. Così come l’esperienza dei corsi di scrittura creativa che tengo ormai da qualche anno si è insinuata nella vita di lei, scrittrice frustrata, che ha seguito un corso di Creative writing all’università, ma è comunque incapace di portare sulla pagina l’esperienza tragica che ha vissuto da ragazza (la morte della madre nell’attentato alle Torri Gemelle).

Così so di stare scrivendo anche quando non scrivo: i momenti morti sono funzionali a quello che verrà. E non c’è bisogno dell’ozio letterario per scoprirlo. L’operosità letteraria può funzionare ugualmente.

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