Editoriale Just-Lit, numero “Abitare”

Quando ho iniziato a selezionare i contenuti di questo nuovo numero di Just-Lit sono rimasta sorpresa nel constatare che la maggior parte dei pezzi erano testi di fiction. La concretezza della casa, del luogo da abitare, passava infatti quasi sempre attraverso una storia, personale o collettiva, e si apriva in paesaggi più ampi. Non pareva possibile raccontare l’abitare se non attraverso una narrazione, come se quello che ci definisce nel corso della nostra esistenza fosse legato, in qualche modo, ai luoghi che frequentiamo e che ci costruiscono, e che da noi sono «costruiti».
Sbirciare dentro le case, provare a illuminare scrivanie, poltrone, verande, cucine, è già di per sé un’operazione simbolica: gli oggetti, la luce che inonda le camere, i colori dicono molto della personalità e della situazione sociale di chi li sceglie, di chi li possiede. I luoghi, le cose che ci circondano, gli spazi che vediamo ogni giorno modificano la capacità che abbiamo di visualizzare concetti ed esprimerli, anche attraverso la letteratura e la lingua.
Forse è per questo motivo che il numero sull’Abitare vede la sua migliore espressione nella narrativa, anche quando si tratta di pezzi di saggistica.
Il concetto rimane valido uscendo per un attimo dalla «casa» di Just-Lit.
Paolo Cognetti è conosciuto soprattutto per i suoi romanzi ma io amo in particolare i saggi che ha scritto sulla Grande Mela: New York è una finestra senza tende e Tutte le mie preghiere guardano verso Ovest.

Nel prologo di New York è una finestra senza tende Cognetti ci dice: quando una città che ami è lontana, non ci sei mai stato realmente vicino, non è una vera città, è in qualche modo fiction; la giusta distanza dalla tua idealizzazione ti aiuta a mettere a fuoco la verità: «Non posso dimenticare il mio arrivo in città. L’estate dei venticinque anni, uno zaino pieno di libri come sedile, e la corriera che emerge dal buio del Lincoln Tunnel. Anch’io cercavo qualcosa laggiù – le strade degli scrittori che amavo, la loro ispirazione segreta – ma non ero pronto all’accoglienza che mi aspettava. Sbarcando dal New Jersey, Manhattan apre il sipario all’improvviso: poco prima stavo contemplando un paesaggio di fabbriche e svincoli autostradali, e subito dopo ero tra i grattacieli. L’edificio davanti a me, nella fuga prospettica della 34° strada, assomigliava del tutto all’Empire State Building. Non ho fatto in tempo ad abituarmi alla luce che l’autista ha accostato, ha annunciato il capolinea e mi ha scaricato a terra. Di colpo ho smesso di osservare la città nel finestrino – e di studiarla, immaginarla, desiderarla, perfino averne un po’ paura – e ho cominciato a farne parte».
Dunque, è un luogo immaginario, su cui si sono proiettate idee, paure, e concetti come quando riflettiamo sul finestrino del treno o attraverso una mediazione; un luogo che diventa reale soltanto quando ci arrivi e inizi a conoscerlo: ma siamo proprio sicuri che poi alla fine non ricomincerai a inserirlo in una cornice narrativa influenzata da chi sei, in una nuova finestra?
Tra concretezza e costruzione finzionale, Agatha Christie ha avuto modo di dichiarare che «il miglior momento per concepire un libro è mentre lavi i piatti», ancor prima di sedersi in un ufficio casalingo o fermarsi a scrivere su un foglio. Virginia Woolf ha detto che «gli scrittori lasciano sulle cose un segno più pro fondo delle persone comuni, trasformando a propria immagine e somiglianza il loro tavolo, la sedia, le tende, il tappeto», una sensibilità che non ha sempre bisogno di quella stanza tutta per sé rappresentata dallo scrittoio. Hemingway scriveva in piedi. Da giovane Nabokov lavorava molto spesso da sdraiato, nel letto. Truman Capote si è addirittura definito un «autore completamente orizzontale». Ma a parte la curiosità che tutti questi aneddoti possono suscitare (ce ne sono tantissimi!), i luoghi hanno un’influenza molto importante nella produzione di un autore.
Franz Kafka fa iniziare La metamorfosi in una stanzetta molto simile a quella in cui trascorreva il tempo a guardare il fiume dall’appartamento sulla Moldava, a Praga. In una della sue meditazioni, frammenti di pensieri, scrive: «Chi vive solitario, ma di tanto in tanto vorrebbe trovare compagnia da qualche parte, chi, considerando le variazioni dell’ora del giorno, del tempo atmosferico, delle condizioni lavorative e simili, vuole vedere senz’altro un braccio qualsiasi al quale potersi appoggiare, non potrà resistere a lungo senza una finestra sulla via. E anche se costui non cerca proprio nulla e si avvicina al suo davanzale solo come un uomo stanco, con gli occhi che oscillano tra il pubblico e il cielo, e non vuole alcunché e ha piegato un poco la testa all’indietro, i cavalli in basso lo trascinano tuttavia con sé nel loro seguito di vetture e frastuono e in questo modo lo conducono finalmente verso la concordia umana».
È il suo punto di vista, la finestra attraverso cui guarda. All’inizio ero convinta che la finestra non fosse importante di per sé, lo era soltanto nella misura in cui lasciava passare la luce verso l’interno e dava una vista all’esterno. Poi però mi sono resa conto che a seconda della finestra cambia anche il modo in cui si arriva alla luce e la luce arriva a noi, e che la finestra è inevitabile, una parte fondamentale delle case che scegliamo di abitare.

E tu cosa ne pensi?